Assegno sociale: il Welfare State in aiuto degli anziani meno abbienti

A partire dalla seconda guerra mondiale l’Italia si è preposta di essere un “Welfare State” o “Stato del benessere“, termine comunemente usato per designare un sistema socio-politico-economico in cui la promozione della sicurezza e del benessere sociale ed economico dei cittadini è assunta dallo Stato, nelle sue articolazioni istituzionali e territoriali, come propria prerogativa e responsabilità.

Rifacendosi alla comune definizione che i maggiori giuristi condividono, il Welfare State si contraddistingue per una rilevante presenza pubblica in importanti settori quali la previdenza e l’assistenza sociale, l’assistenza sanitaria, l’istruzione e l’edilizia popolare; e tale presenza si accompagna generalmente a un atteggiamento interventistico e dirigistico nella vita economica, sia a livello legislativo, sia attraverso la pianificazione e la programmazione economica, sia attraverso imprese pubbliche.

In Italia, a partire dal primo governo di centro-sinistra (1962-1963), si assiste a una forte crescita di leggi, istituzioni e politiche che configurano un vero e proprio Stato sociale. Negli anni ‘80 il Welfare State si consolida, ma i costi per sostenere il sistema non cessano di aumentare, e nei decenni successi la situazione continua ad aggravarsi.

In assenza di variazioni nel trend demografico attuale e di flussi migratori positivi, entro pochi anni si assisterà ad un tracollo del sistema pensionistico e sanitario, a meno di aumentare l’età pensionabile e di ridurre le prestazioni.

Nell’attesa di una riforma radicale, capace di risolvere l’evidente malessere in cui versa il Welfare State in Italia, lo Stato continua, coi limitati mezzi che ha a disposizione, a prendersi cura dei meno abbienti: ragazze madri, immigrati, orfani, ed anche anziani, che magari non hanno maturato i contributi per poter ricevere una pensione, quando l’età non permette più di svolgere un’attività lavorativa.

La Pensione sociale, ad esempio, è una prestazione di natura assistenziale istituita dalla l. 153/1969, art. 26 (modificato dall’art. 3 del d. legisl. 30/1974, convertito dalla l.114/1974) e destinata a tutti i cittadini italiani sprovvisti di reddito, o con redditi di importo inferiore ai limiti stabiliti dalla legge, che abbiano compiuto l’età di 65 anni e che siano residenti abitualmente in Italia.

Non sono richiesti requisiti di assicurazione e contribuzione, per cui questo contributo rappresenta di fatto un sussidio di natura assistenziale che lo Stato paga agli indigenti tramite l’INPS.

L’istituzione di tale contributori sponde all’esigenza di dare concreta attuazione ai principi stabiliti dall’art. 38 Cost., in base al quale ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.

La l. 335/1995, nota come riforma Dini, ha poi sostituito la pensione sociale con l’assegno sociale, anche se continuano a beneficiare della pensione sociale gli individui che l’hanno ottenuta prima del 31 dicembre 1995.

L’assegno sociale non è da confondersi con l’assegno mensile, poiché quest’ultimo viene concesso agli invalidi civili di età compresa tra i 18 e i 65, mentre l’assegno sociale viene percepito dalle persone maggiori di 65 anni e 3 mesi. Tanto è vero che l’invalido che percepisce l’assegno mensile, al compimento dei 65 anni e 3 mesi, percepirà l’assegno sociale, sempre che abbia i requisiti previsti.

La disciplina è stata ulteriormente modificata dalla Legge Fornero del 2011 la quale ha previsto che, a decorrere dal 1° gennaio 2018, il requisito anagrafico per il conseguimento dell’assegno sociale è incrementato di un anno. Da questa data, pertanto, l’età minima per il riconoscimento del trattamento assistenziale passerà a 66 anni e 7 mesi.

La prestazione, per l’anno 2017, può essere riconosciuta ai cittadini italiani residenti in Italia che abbiano compiuto almeno 65 anni e 7 mesi di età (requisito da adeguare alla speranza di vita). Ai cittadini italiani sono stati equiparati i cittadini comunitari e quelli extra-comunitari in possesso della carta di soggiorno sempre che siano residenti in Italia. Questi soggetti devono però dimostrare di avere soggiornato legalmente in Italia ed in via continuativa da almeno 10 anni.

L’importo intero dell’assegno sociale è pari a 448,07 € per 13 mensilità nell’anno 2017. La possibilità della liquidazione integrale dipende però in gran parte dal reddito dell’interessato e del coniuge: l’assegno sociale viene infatti liquidato in misura intera solo se non si possiede alcun reddito; di converso la sua misura viene ridotta in relazione al reddito del percettore.

Per quanto riguarda i requisiti di reddito, possono accedere alla pensione sociale Inps tutti i cittadini con reddito non superiore o pari ad 5.824,91 euro annui se non coniugati o 11.649,82 euro se coniugati.

Ai fini della determinazione dell’importo concorrono i redditi di qualsiasi natura al netto dell’imposizione fiscale e contributiva, ivi compresi quelli esenti da imposte, quelli soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o imposta sostitutiva, nonché agli assegni alimentari corrisposti secondo le norme del codice civile.

Per la determinazione dei requisiti di reddito non vengono computati:

  • trattamenti di fine rapporto e le anticipazioni sui trattamenti stessi;
  • reddito della casa di abitazione;
  • competenze arretrate soggette a tassazione separata;
  • indennità di accompagnamento per invalidi civili, ciechi civili e le indennità di comunicazione per i sordi;
  • assegno vitalizio erogato agli ex combattenti della guerra 1915/1918;
  • arretrati di lavoro dipendente prestato all’estero.

L’importo della prestazione è ridotto del 50% in caso di ricovero del titolare presso istituti a totale carico di enti pubblici. La riduzione è del 25% se la retta per il ricovero è a parziale carico del pensionato o dei suoi familiari in misura inferiore al 50% dell’importo dell’assegno sociale. Non si opera alcuna riduzione se il concorso alla retta da parte del  pensionato o dei suoi familiari è superiore al 50% dell’importo dell’assegno sociale.

Dal 2001 l’importo dell’assegno sociale viene maggiorato di una quota fissa non soggetta a perequazione pari a 12,92 euro al mese per coloro che hanno un età superiore a 65 anni (articolo 70, co. 1 legge 388/2000). Dal 2002, inoltre, per i pensionati con almeno 70 di età la maggiorazione base è stata incrementata di una cifra variabile fino al raggiungimento del cd. milione delle vecchie lire (art. 38, L. 448/2001), cioè € 638,38.

La verifica dei redditi viene fatta dall’INPS annualmente, per cui, l’anno successivo l’Istituto opera la liquidazione definitiva o la modifica o la sospensione sulla base delle dichiarazioni reddituali rese dagli interessati.

Se si posseggono i requisiti, e si desidera farne richiesta, bisogna presentare domanda all’Inps in modalità telematica.

Si può presentare domanda nelle seguenti modalità:

  • direttamente dal sito www.inps.it, se in possesso del codice PIN dispositivo rilasciato dall’Istituto, seguendo il percorso: Servizi online-Servizi per il cittadino- Domanda di Prestazione Pensionistica (Pensione, Ricostituzione, Ratei) e Certificazione (salvaguardia, diritto a pensione);
  • telefono – chiamando il contact center integrato al numero 803164 gratuito da rete fissa o al numero 06164164 da rete mobile a pagamento secondo la tariffa del proprio gestore telefonico;

patronati e intermediari dell’Istituto – usufruendo dei servizi telematici offerti dagli stessi.