Esecuzione forzata: come ottenere coattivamente il soddisfacimento del proprio credito

In un precedente articolo abbiamo avuto modo di parlare di procedimento di ingiunzione, ed in special modo del decreto ingiuntivo, che abbiamo definito come l’atto con il quale l’Autorità Giudiziaria (Tribunale o Giudice di Pace), su richiesta del creditore, impone al debitore di pagare il proprio debito nel termine di 40 giorni dalla data in cui tale ingiunzione viene notificata al debitore stesso.

Come abbiamo visto, il debitore, entro 40 giorni dalla notifica del decreto, può proporre opposizione, con atto di citazione, ed instaurare così un ordinario processo di cognizione, al termine del quale il giudice potrà confermare, modificare o revocare lo stesso decreto.

Se il debitore non propone opposizione, o i motivi della sua opposizione non vengono accolti, il creditore procedente può procedere con l’esecuzione forzata.

Esecuzione forzata ottenere soddisfacimento proprio credito

L’esecuzione forzata, se la legge non dispone diversamente, deve essere preceduta, ai sensi dell’art. 479 c.p.c., dalla notificazione del titolo esecutivo alla parte personalmente e del precetto, ossia di un’intimazione rivoltagli dal creditore di adempiere l’obbligo risultante dal titolo esecutivo entro un termine non minore di dieci giorni (salva l’ipotesi disciplinata di pericolo nel ritardo, di cui all’art. 482 c.p.c.) con l’avvertimento che in mancanza si procederà ad esecuzione forzata (art. 480 c.p.c.).

L’espropriazione forzata inizia con l’atto di pignoramento, che consiste nel primo atto esecutivo vero e proprio. Il pignoramento consiste in una ingiunzione che l’ufficiale giudiziale fa al debitore di astenersi da qualunque atto diretto a sottrarre alla garanzia del credito esattamente indicato i beni che si assoggettano all’espropriazione e i frutti di essi.

Non è richiesto il pignoramento se oggetto di espropriazione sono cose soggette a pegno o ad ipoteca (art. 491 e 502 c.p.c.).

La funzione del pignoramento è quella di vincolare determinati beni del debitore al soddisfacimento del diritto di credito del creditore: si tratta di un vincolo giuridico che riguarda il valore di scambio dei beni e non il loro utilizzo. Infatti il debitore può continuare a disporre materialmente dei beni pignorati, salvo evitare di tenere comportamenti che possano comportare la sottrazione, la distruzione o il deterioramento dei beni medesimi.

Il pignoramento dovrà anche contenere l’avvertimento al debitore che l’opposizione all’esecuzione già iniziata è inammissibile se proposta dopo che sia stata disposta dal giudice la vendita o l’assegnazione.

Inoltre dovrà essere inserito l’avvertimento secondo cui il debitore può chiedere di sostituire alle cose o ai crediti pignorati una somma di denaro pari all’importo dovuto ai creditori, comprensivo di interessi e spese: ciò depositando in cancelleria un’apposita istanza e una somma non inferiore ad un quinto del credito.

L’ufficiale giudiziario munito di titolo esecutivo procede al pignoramento ricercando le cose nella casa del debitore e negli altri luoghi a lui appartenenti, e anche sulla persona stessa e può avere l’assistenza della forza pubblica.

È necessario chiarire che, nel nostro ordinamento giuridico è previsto, quando l’obbligazione è una somma di denaro, che il creditore possa aggredire i beni del debitore, qualsiasi essi siano, senza incontrare limiti di importi sotto i quali dover preferire l’uno o l’altro tipo di pignoramento.

Le forme del pignoramento sono essenzialmente tre: il pignoramento mobiliare, il pignoramento immobiliare e il pignoramento presso terzi.

Il pignoramento mobiliare fa riferimento ai cosiddetti beni mobili in possesso del debitore ovvero il denaro contante, gli oggetti preziosi, i titoli di credito ed ogni altro bene che appaia di sicura realizzazione.

Il pignoramento immobiliare fa riferimento invece a beni in possesso del debitore non amovibili ossia abitazioni e mobili in essa contenuti a patto che il debitore non viva all’interno. Il pignoramento dei beni immobili si esegue mediante trascrizione di un avviso di vendita recante varie indicazioni, tra cui la descrizione dei beni pignorati, la fissazione della data del primo e del secondo incanto, il prezzo base dell’incanto.

Mentre queste prime due tipologie fanno riferimento a beni e cose in possesso del debitore, la terza tipologia riguarda i crediti o beni del debitore presso terzi.  Per crediti verso terzi si intendono stipendi, pensioni, conti correnti bancari e crediti relativi all’esercizio della libera professione. Insomma crediti che tutti i lavoratori hanno e potrebbero quindi vedere pignorati.

Naturalmente vi sono dei limiti da rispettare: la legge infatti stabilisce che i crediti presso terzi possano essere pignorati nella misura del 20% ossia un quinto della totale entità ed esclusivamente per determinate tipologie di debiti ossia quelli di natura esattoriale.

Dall’1 gennaio 2013 però anche le normative relative al pignoramento del quinto hanno subito delle variazioni, soprattutto in funzione della tutela della fasce più a rischio, ossia: per le retribuzioni fino a 2500 euro il limite di pignorabilità è di 1/10, fra i 2501 e 5000 a 1/7 mentre è rimasto il quinto per stipendi superiori a 5000 euro.

La procedura presso terzi è particolarmente rapida ed efficace dal momento che pone un vincolo immediato sulle somme o sui beni detenuti dal terzo pignorato (effetto che si produce con la sola notifica dell’atto introduttivo) e consente lo svolgimento dell’azione nei confronti di un soggetto terzo non interessato ad azioni o espedienti dilatori.

Il creditore è libero di azionare anche più forme di espropriazione contemporaneamente o anche in tempi successivi. Se però il valore dei beni pignorati è superiore all’importo delle spese dell’esecuzione e dei crediti dovuti al creditore pignorante ed agli eventuali creditori intervenuti, comprensivo del capitale, degli interessi e delle spese, il debitore può presentare al giudice dell’esecuzione una istanza di riduzione del pignoramento.

Durante il pignoramento, ad opera dell’ufficiale giudiziario, viene redatto un verbale dal quale risulta la descrizione di tutte le cose pignorate, il loro stato e la determinazione approssimativa del presumibile valore di realizzo stabilito con l’assistenza, se ritenuta utile o richiesta dal creditore, di un esperto stimatore scelto dall’ufficiale giudiziario.

Il denaro, i preziosi e i titoli pignorati vengono consegnati dall’ufficiale giudiziario al cancelliere del competente ufficio giudiziario, mentre gli altri beni vengono trasportati in un luogo di pubblico deposito oppure affidati ad uno specifico custode.

Il pignoramento perde di efficacia quando non siano state chieste l’assegnazione o la vendita entro quarantacinque giorni dal suo compimento. Decorsi inutilmente detto termine, il pignoramento diviene “perento” e il creditore procedente è costretto a iniziare una nuova procedura esecutiva, chiedendo all’ufficiale giudiziario di effettuare un nuovo pignoramento.

Il creditore, dal canto suo,  può presentare istanza di assegnazione del bene o di vendita dello stesso non prima che siano decorsi almeno 10 giorni dal pignoramento; entro tale termine iniziale il debitore può chiedere la conversione o la riduzione del pignoramento oppure può pagare, evitando così la prosecuzione del procedimento esecutivo.

Le modalità con le quali avviene la vendita forzata o l’assegnazione sono diverse a seconda che si tratti di espropriazione mobiliare o immobiliare.

La vendita forzata ha lo scopo di trasformare i beni pignorati in denaro liquido. Nel caso in cui si sia provveduto a pignorare una somma di denaro, il creditore deve chiederne direttamente la distribuzione.

In generale la vendita può avvenire con pubblico incanto (all’asta) o senza, secondo le precise disposizioni previste dal codice di rito. L’incanto può essere disposto solo nel caso in cui il giudice ritenga che, con tale modalità, la vendita abbia luogo ad un prezzo superiore alla metà rispetto al valore del bene determinato come da previsione di cui all’articolo 568 del codice di procedura civile.

L’assegnazione, invece, è l’attribuzione diretta del bene pignorato al creditore procedente sulla base di un determinato valore.

Se esiste un solo creditore da soddisfare, la predeterminazione del valore del bene serve a indicare se questi è stato soddisfatto in tutto o in parte. Se, invece, concorrono più creditori, è necessario che questi si mettano d’accordo sulla possibilità di assegnare il bene pignorato a favore di uno solo di essi o di più soggetti. Il codice di rito precisa che l’assegnazione può essere fatta per un valore che non sia inferiore alle spese esecutive e ai crediti privilegiati anteriori a quelli di chi chiede l’assegnazione per sé.

Anche dopo l’avvio del pignoramento, il debitore ha la possibilità di difendersi ed avviare eventuali opposizioni. Se l’esecuzione forzata non è ancora iniziata, il debitore può agire “in via preventiva”, chiedendo la sospensione dell’efficacia del titolo esecutivo.

Se il debitore ha ricevuto la notifica del precetto, potrà proporre opposizione a quest’ultimo atto secondo le forme dell’opposizione all’esecuzione o agli atti esecutivi.

Se invece l’esecuzione forzata è già iniziata, la procedura può essere sospesa solo con provvedimento del giudice dell’esecuzione, ma devono sussistere gravi motivi: i gravi motivi possono essere sia di carattere processuale, sia relativi alla deduzione dell’insussistenza della pretesa del creditore procedente.

Il decreto ingiuntivo: come ottenere una tutela immediata dei propri diritti

Chi si è trovato, almeno una volta nella vita, ad avere a che fare con i tribunali si è reso conto senz’altro dei tempi biblici che sovente occorrono per portare a termine un ordinario processo di cognizione: far valere i propri diritti non è sempre scontato come si crede, e spesso ci possono volere anni prima di potersi vedere tutelati i propri interessi.

D’altro canto sussiste anche l’esigenza di consentire al creditore di ottenere un titolo esecutivo in tempi rapidi e, tramite l’esecuzione forzata, la veloce soddisfazione forzosa del credito: tutto questo può essere ottenuto, per i crediti di somme liquide di denaro, attraverso il procedimento di ingiunzione (artt. 633 e ss. c.p.c. e 638 e ss. c.p.c.) volto all’emissione di un decreto ingiuntivo.

La dottrina qualifica il procedimento di ingiunzione quale accertamento con prevalente funzione esecutiva, giacché esso mira appunto ad assicurare la rapida formazione del titolo esecutivo.

decreto ingiuntivo come ottenere tutela immediata

Il decreto ingiuntivo è il provvedimento attraverso il quale il giudice competente, su richiesta del titolare di un credito certo, liquido ed esigibile, fondato su prova scritta, ingiunge al debitore di adempiere l’obbligazione , entro il termine di quaranta giorni dalla notifica, avvertendolo che entro lo stesso termine potrà proporre opposizione e che, in mancanza, si procederà ad esecuzione forzata.

Ricordiamo che il diritto si definisce certo quando risulta chiaramente nel suo contenuto e nei suoi limiti dagli elementi indicati nel titolo esecutivo, ovvero non è controverso nella sua esistenza (salvo opposizioni in fase di esecuzione ai sensi dell’art. 615 del c.p.c.).

Esso è liquido quando il suo ammontare risulta espresso in misura determinata e non in modo generico, mentre è esigibile quando non è sottoposto a condizione sospensiva né a termini, ovvero è tale il diritto venuto a maturazione e che può essere fatto valere in giudizio per ottenere una sentenza di condanna.

L’istituto del procedimento di ingiunzione è strutturato in modo tale per cui il giudice esercita la propria funzione avendo quale unico interlocutore il ricorrente: il giudice emanerà infatti il decreto solo dopo una cognizione dei fatti, la quale cognizione avviene esclusivamente attraverso le allegazioni probatorie del ricorrente.

Il decreto ingiuntivo, emanato quindi in assenza di contraddittorio fra le parti(inaudita altera parte), è un provvedimento a carattere esclusivamente documentale, che rappresenta l’esito conclusivo della fase monitoria del procedimento di ingiunzione.

La prova però, non essendoci contraddittorio, non sarà comunque prova legale e sarà oggetto di libero apprezzamento del giudice. Si richiede la prova scritta perché il carattere sommario e spedito del procedimento necessitano un’alta probabilità di quanto si chiede, oltre che una rapida riscontrabilità.

Sono prove scritte idonee le fatture, le polizze e promesse unilaterali per scrittura privata e i telegrammi, le parcelle dei professionisti come avvocati e commercialisti, assegni e cambiali e in generale tutti i documenti da cui risulti con certezza l’esistenza del diritto di credito provenienti dal debitore o da terzi, che abbiano intrinseca legalità.

Tale fase è seguita, nel caso di opposizione su iniziativa del debitore ingiunto, dall’apertura di un procedimento ordinario di primo grado a cognizione piena, destinata a concludersi con una sentenza che conferma o revoca il decreto ingiuntivo, soggetta a sua volta ai normali mezzi impugnatori.

Una volta avviata la causa, non sarà comunque il debitore a dover dimostrare che il debito è inesistente o è già stato saldato, ma l’onere della prova resta comunque al creditore, che si è valso del decreto ingiuntivo e, per ciò, ha agito per primo, per far valere il proprio diritto.

La competenza ad emettere il decreto ingiuntivo è dettata dall’art. 637 c.p.c., che al primo comma statuisce: “per l’ingiunzione è competente il Giudice di Pace o, in composizione monocratica, il tribunale che sarebbe competente per la domanda proposta in via ordinaria“.

Avvocati o notai possono altresì proporre domanda d’ingiunzione contro i propri clienti al giudice competente per valore del luogo ove ha sede il consiglio dell’ordine al cui albo sono iscritti o il consiglio notarile dal quale dipendono (637, comma 3, c.p.c.).

La domanda per ottenere il decreto ingiuntivo si propone con ricorso contenente oltre all’indicazione delle parti, dell’oggetto, dei motivi della richiesta e delle conclusioni, anche l’indicazione delle prove che si producono, la dichiarazione di residenza o l’elezione di domicilio del ricorrente.

Una volta ottenuto, il decreto ingiuntivo, per essere efficace, deve essere notificato al debitore entro 60 giorni dalla sua emissione. Nel caso di notifica a mezzo posta, si considera la data in cui il creditore ha consegnato l’atto all’ufficiale giudiziario e non quello di ricevimento.

In genere, allo scadere dei 40 giorni dalla notifica, il decreto ingiuntivo diviene esecutivo e definitivo, cioè non più impugnabile.

Ma in fase di richiesta del decreto ingiuntivo, il creditore ha la possibilità di ottenere dal giudice la provvisoria esecutorietà del decreto ingiuntivo, cioè di poter procedere in via esecutiva (a esempio, chiedendo il pignoramento dei beni del debitore) ancor prima della scadenza dei 40 giorni dalla notifica del decreto.

La provvisoria esecuzione viene concessa se vi è grave pericolo nel ritardo, cioè se il creditore fornisce al giudice elementi che facciano ritenere che con il passare del tempo si aggravi sostanzialmente il rischio che il credito non venga recuperato e se la prova documentate del credito è costituita da cambiale, assegno bancario, assegno circolare, certificato di liquidazione di borsa, atto rilasciato dal notaio o da altro pubblico ufficiale.

Una volta notificato il decreto ingiuntivo, il creditore può stare tranquillo perché, anche se non viene presentata opposizione, ed egli preferisce non agire immediatamente con l’esecuzione forzata e il pignoramento, il decreto ingiuntivo resta efficace per ben dieci anni dalla sua emissione.

Anche qualora si sia avviata una esecuzione forzata e questa non abbia sortito buoni risultati, il decreto ingiuntivo conserva efficacia per il suddetto decennio.